Proteggere l'anziano solo

 

Cosa è la vecchiaia? Quale e quanta solitudine? Quali domande di aiuto porta con sé? Queste domande chiedono la presenza di qualcuno. Chi può essere questo qualcuno? Floriana Malvezzi, Referente Specialistico Area Anziani e RSA. Azienda Sociale Cremonese, alla luce della sua esperienza, ci racconta il bisogno e le domande di aiuto e protezione delle persone anziane sole.

Desidero raccontare il bisogno, portare una domanda di aiuto.

Lavoro da oltre 30 anni come assistente sociale nella Pubblica Amministrazione. Per buona parte della mia esperienza lavorativa ho seguito le persone anziane. Oggi in particolare mi occupo per i 47 Comuni del Distretto di Cremona di portare aiuto agli anziani che si trovano in condizione di non autosufficienza.

Considero il mio lavoro un'opportunità grande, un privilegio raro. Incontrare e ascoltare ogni giorno le storie e le vicende degli anziani è, per me, una continua provocazione alla mia umanità e al motivo per cui opero e vivo.

La vecchiaia è un tempo di intensità e di silenzio. Di stupore e di dolore.

Tutto quello che è stato cambia, continua a cambiare.

Cambia il modo di fare le cose, di vedere le persone, di abitare i luoghi, di vivere gli affetti più cari.

Nuovi orizzonti, nuove compagnie (forse).

Un'altra salute, più debole, più esigente di cure.

Il vecchio vive in prima persona questo pezzo di strada drammatica;
conserva tutto, anche quello che apparentemente sembra perso;... e si prepara al termine dell'esistenza.

Proteggere significa, per me, aiutare a vivere in prima persona il dramma dell'esistenza. Aiutare a procedere in prima persona così come si è, così come si è diventati.

L'anziano solo....

Ma cos'è la solitudine?

C'è una solitudine buona, che fa bene. Che aiuta a vivere profondamente e a rispondere al proprio Destino.

Questa solitudine è fatta di silenzio. Silenzio giusto dopo tanta strada percorsa. Silenzio che permette di trattenere e conservare tutto.

Non si fugge, si rimane lì intensamente. Pronti ad accogliere ciò che avviene. Forti dell'avvenuto. E' la saggezza più profonda.

La persona anziana che vive questa solitudine "buona" lascia posto all'altro, lo riconosce, anzi lo desidera.

Ogni giorno, come dicevo, incontro e cerco di accompagnare anziani soli, anziani rimasti soli con poco o tanto bisogno di aiuto.

Aiuto per cosa?

Questi sono alcuni esempi: chi mi accompagna? Chi mi consiglia? Vendo la casa? Ne parlo con qualcuno? Faccio un regalo importante ai miei figli? Mi trasferisco da mia figlia? Mi faccio aiutare a fare la doccia? Assaggio il pasto pronto? Chi era quel signore che è entrato in casa? Mi faccio ricoverare? A chi lascio tutto? Dove voglio morire? mi faccio cremare? A chi racconto il mio grande sbaglio? A chi confido il mio segreto? Ho paura, a chi lo dico?

Queste e molte altre domande abitano gli animi.

C'è bisogno di qualcuno. Queste domande chiamano la presenza di qualcuno. Qualcuno che è atteso e desiderato.

Magari qualcuno che c'è già, che c'è sempre stato.

La famiglia, gli amici. Questi sono gli affetti insostituibili, i primi che solitamente si fanno carico.

Vediamo spettacoli meravigliosi di dedizione, di riconoscenza, di fraternità, di riconciliazione.

Dentro la famiglia e dentro l'amicizia si trova e si ritrova la cura.

Occorre riconoscere, valorizzare e sostenere questa meraviglia.

I Servizi, le Istituzioni possono affiancare chi cura, sollevare, favorire, consigliare. Non possono però sostituire chi si prende cura, chi sostiene.

E' ormai un'illusione credere che i Servizi possano da soli portare e garantire questo aiuto.

Occorre qualcuno.

I professionisti ci sono, lavorano, cercano di accompagnare, aiutano a superare le crisi. Ma il bisogno nasce e si coglie nell'intimo della casa, della famiglia. Nessuno si può sostituire a chi c'è sempre stato, a chi può stare, a chi porta quotidianamente.

Questi uomini e queste donne, di famiglia, gli amici veri, potranno essere dei buoni e soprattutto affezionati amministratori di sostegno.

C'è anche una solitudine diversa, più aspra, pungente, difficile.

E' l'assenza di legami prossimi. Non c'è nessuno, non c'è più nessuno. Oppure, "non voglio nessuno, non voglio più nessuno".

Buio, freddo, silenzio pesante e immobile. Quasi una morte anticipata.

E... quando qualcuno si accorge, non sa come entrare.

In questa solitudine, la fatica, la nostalgia, la confusione, forse la disperazione, la malattia, le perdite degli affetti, tutto è vissuto senza essere condiviso, senza essere appoggiato a qualcuno.

E' difficile accorgersi di queste storie. E quando mai se ne viene a conoscenza è ancora più difficile incontrarle , aprire una breccia. Ciò che più frequentemente permette di scoprire queste situazioni è un fatto grave: una malattia, un infortunio, un incidente domestico. 
In questo caso i primi ad essere interpellati per mandato sono i Servizi istituzionali. Si tratta di intervenire, di proteggere e, se è possibile, di curare.

Si prova ad avvicinarsi. Tutti noi operatori professionisti cerchiamo allora di avvicinarci: medici, infermieri, assistenti sociali, educatori, addetti all'assistenza...

Si propone un aiuto, un'ospitalità, una cura ...

A volte, pur così tardi accade una docilità, una resa davanti a chi "si interessa di me", davanti al bene che qualcuno "mi può ancora volere".

Ma poi? Dopo l'incontro? Dopo l'intervento tempestivo dei Servizi Sanitari, Sociali, delle Forze dell'ordine?

Chi rimane? Chi ci può essere? Chi fa compagnia e rende concreta la prossimità? ... E quello spiraglio di bene che queste persone hanno intravisto nell'emergenza ... Chi continua?

Si cerca qualcuno.

La Magistratura quando rileva l'assenza di persone prossime, deve trovare qualcuno.
Si tratta allora di individuare professionisti (avvocati, notai, amministratori pubblici ...) che possano garantire, vigilare, sostenere ... ma sono sconosciuti.

E' quasi un paradosso che in nome della necessità di un sostegno, di una prossimità arrivi uno sconosciuto: competente, autorevole, stimatissimo ... ma pur sempre uno sconosciuto.
Così, per lo più, si risolvono gli adempimenti più formali e istituzionali, ma l'Essere? Le scelte? Le domande grandi e drammatiche dell'esistenza? Con chi condividerle?
In questi casi cos'è "protezione"?

Le storie estreme ci sono e ci saranno.

La loro esistenza ci richiama all'urgenza della prossimità, alla responsabilità personale e sociale.

Il problema, il nocciolo della questione è l'incontro tra le persone e la solidarietà tra le persone. Prima di tutto dentro l'esperienza della famiglia, dell'amicizia. Poi dentro l'espressione commovente del bene gratuito, quello dei "volontari" (uomini, donne di buona volontà).

Questo è il bisogno più grande: la vicinanza tra gli uomini. Da questa prossimità vissuta come bene prezioso dell'esperienza umana, non come strategia per risolvere i problemi, può nascere la presenza numerosa e forte di persone disposte ad accompagnarsi.

Floriana Malvezzi

 
 

 

La parole di Giorgio, Ads volontario

 

Giorgio spesso accompagna con le sue testimonianze gli interventi formativi proposti dal progetto Ads di Cremona. Pensionato, è ads di sei persone incontrate nella Fondazione Sospiro, dove la moglie è educatrice e dove ha svolto attività di volontariato. Di queste sei persone, tre vivono esperienze di autonomia o di comunità nel paese. Giorgio partecipa nella quotidianità alla realizzazione del loro progetto di vita e da subito ha creduto nella figura dell’Ads perché rispettosa delle autonomie delle persone con fragilità.

Sono un Capotreno in pensione da alcuni anni, però da sempre sono coinvolto in modo concreto dal mondo della disabilità psicofisica essendo la realtà di Fondazione Istituto Ospedaliero di Sospiro parte della mia famiglia e avendo avuto vari familiari che sono stati operatori all'interno della struttura. Già mio padre svolse la mansione di curatore economico per due ospiti: un marchigiano e un torinese.

La svolta più importante poi si è verificata quando ho conosciuto mia moglie che da oltre trentatré anni opera come educatrice in Fondazione ed assieme ad altri volontari ci siamo occupati di varie iniziative ludico-ricreative e d'integrazione a favore degli ospiti dell'allora Istituto Medico Pedagogico.

Da qui ho poi assunto sempre come volontario l'Amministrazione di Sostegno di sei ragazzi, due dei quali con progetto mirato vivono ormai da alcuni anni in paese con la loro casa e si gestiscono molto bene nel vivere quotidiano e nel mondo del lavoro, uno vive in comunità a Cignone, tre invece vivono tuttora nella struttura sospirese. Tre di questi amici sono soli assoluti, gli altri tre invece hanno dei famigliari che conosco personalmente.

Da subito ho creduto in questa nuova figura che come molti di noi sanno, è volta a conservare le tante autonomie che ogni singolo soggetto disabile o anziano in stato di fragilità possiede. Giornalmente ho contatti con operatori, medici e psicologi che a vari livelli si prendono cura degli amici che seguo, mi fanno partecipe dei progetti di vita ed educativi che annualmente o semestralmente sono loro proposti e sono informato su ogni cambiamento o esigenze che di volta in volta si manifestano per il loro benessere personale ed economico.

Grazie ad ANFFAS e CISVOL di Cremona ho potuto partecipare a vari corsi di formazione e informazione per conoscere e svolgere al meglio questo importante ruolo. In questo tempo ho avuto vari contatti con i Giudici Tutelari e spesso ci sono stai diversi criteri d'interpretazione della legge o del compito dell'A.d.S. però, parlando apertamente e francamente siamo riusciti a trovare un punto d'intesa a difesa delle persone amministrate. Questa esperienza mi sta dando notevoli gratificazioni morali e sotto l'aspetto personale, una conoscenza ulteriore di un mondo particolare.

Giorgio

 

 
 

 

Per prendersi veramente cura: dai significati agli attori del territorio

 

Il prendersi cura è gesto gratuito e generoso, ma ha in sé anche una valenza di potere e possesso che, se non riconosciuta, rischia di trasformarsi in dominio e sopraffazione. Giovanni Gillini, responsabile dell’Ufficio di Protezione Giuridica dell’ASL di Cremona, con questo contributo tratto dal suo intervento al convegno “Ads: ieri, oggi, domani: 7 anni di Ads” che si è tenuto a Cremona il 16 febbraio 2011, partendo dal mito di cura del libro di fiabe di Igino, ci richiama a essere consapevoli di queste dinamiche insite anche nel prendersi cura che anima le scelte di diventare Ads. Anche chiarire l’importanza di tutti gli attori variamente impegnati sul territorio per l’Ads può essere un modo per iniziare costruire un processo di vero prendersi cura.

Voglio iniziare questa mia breve riflessione con antiche parole, sono quelle di un libro di fiabe di Igino (II sec. D.C.). Ci raccontano del mito di Cura e di cosa successe quando la signora Cura ed altri dei incontrarono l'umano ... dice così:

Mentre Cura stava attraversando un certo fiume, vide del fango argilloso.

Lo raccolse pensosa e cominciò a dargli forma. Ora, mentre stava riflettendo su ciò che aveva fatto, si avvicinò Giove. Cura gli chiese di dare lo spirito di vita a ciò che aveva fatto e Giove acconsentì volentieri.

Ma quando Cura pretese di imporre il proprio nome a ciò che aveva fatto, Giove glielo impedì e volle che fosse imposto il suo nome.

Mentre Cura e Giove disputavano sul nome, intervenne anche Terra, reclamando che a ciò che era stato fatto fosse imposto il proprio nome, perché essa, la Terra, gli aveva dato una parte del proprio corpo.

I disputanti elessero Saturno a giudice, il quale comunicò ai contendenti la seguente giusta
decisione: "Tu Giove, che hai dato lo spirito, al momento della morte riceverai lo spirito. Tu Terra, che hai dato il corpo, riceverai il corpo. Ma poiché fu Cura che per prima diede forma a questo essere, fin che esso vive lo possieda Cura. Per quanto concerne la controversia sul nome, si chiami homo poiché‚ è stato tratto da humus (Terra)."

Questa antica favola ci ricorda che il "prendersi cura" dell'altro, non è affatto marginale o transitorio, ma è talmente connesso alle radici dell'umano che in qualche modo lo plasma, gli da forma. Quando parliamo di amministratore di sostegno, e quindi quando parliamo di un prendersi cura continuativo nel tempo e di affiancamento e, per certe parti addirittura sostitutivo, rimango innanzitutto colpito dalla generosità di questo atto. Si noti bene che anche quando parliamo di un genitore o di un figlio che diviene amministratore di sostegno, e quindi già all'interno di un profondissimo legame affettivo, diventare amministratore di sostegno è, secondo me, un gesto di gratuità tale che sovrabbonda, sommerge, supera i confini, talvolta sterili, del mero dovere civile o appunto del dovere affettivo.

Il racconto però ci dà un avvertimento sottile e deciso, di cui vogliamo tener conto, ed è che il prendersi cura può essere incrinato, messo a rischio se viene letto con la categoria del potere. Il potere di dare il proprio nome, che interessa questi dei, ricorda miserabili dispute a cui purtroppo ogni operatore sociale talvolta ha assistito, magari proprio di congiunti della persona fragile, dalle quali emergono posizioni che rientrano più nelle categorie del potere, del vantaggio, del denaro (o dell'eredità) che in quella della cura.

Ancor più decisamente nella frase finale del racconto, che sicuramente ha una grande valenza positiva, e ci fa sentire sollevati là dove Igino esprime l'auspicio finale "fin che esso vive lo possieda Cura", ci viene ricordato il lato fragile di Cura, il rischio che si corre se non si è consapevoli che la cura ha in sé una valenza di potere e di possesso, una forza che è la forza necessaria alla tutela, ma che potrebbe, e certo non ci auguriamo, trasformarsi in dominio e sopraffazione.

Ci sembra sempre una categoria lontana ed improbabile, salvo poi essere travolti dalle cronache di delitti familiari, magari di genitori verso figli piccoli, storie di violenza inaudita che ognuno di noi ricorda e che richiamo in questo contesto solo per ricordarci che esiste un antidoto già scritto nel racconto stesso: che Cura sia consapevole del generoso ed impegnativo potere di assistere l'altra persona sin nelle sue radici dell'umano, nel suo humus. E che gli altri dei accettino sinergicamente il proprio compito, diremmo con una categoria affatto moderna, che "facciano rete" interno a cura ed all'uomo.

Il nocciolo della questione sembra qui: un invito a mantenere al centro della riflessione una persona con i suoi diritti, diritti soggettivi e profondi che riguardano la sua umanità e la sua cittadinanza, a cui si pone volontariamente a fianco un'altra persona, l'amministratore di sostegno che lo sostiene nell'esigibilità di questi diritti. Noi tutti, istituzioni, operatori, amici e cittadini abbiamo in sintesi il compito, che mi sembra semplice da comprendere, di facilitare questa azione di sostegno.

Con una domanda provocatoria potrei esprimere questo compito: chi sostiene l'amministratore di sostegno? Non solo in astratto, come possiamo sensibilizzare, facilitare, applicare la legge sull'amministrazione di sostegno (mi sembra che stamattina siamo qui per questo no?), ma anche in concreto, chi sostiene Maria amministratore di Mario o Paolo amministratore di Giovanni, in tutto il processo, se volete dal come si fa il ricorso giuridico fino alle tante pratiche che l'amministrazione di sostegno richiede nel tempo.

Mi permetto ancora alcune riflessioni per provare ad uscire da questa importante Tavola rotonda con qualche indirizzo chiaro e concreto che consenta, che ci consenta, di proseguire speditamente, oggi a Cremona ... del resto il titolo "ieri, oggi e domani" e quanto abbiamo fin qui sentito, non lascia dubbi sulla necessità di pre-vedere il futuro.

L'ufficio dell'ASL di Cremona del quale ho l'onore di essere responsabile ha la mission complessa di stimolare e coordinare la "protezione giuridica" ... proprio alla categoria dell'esigibilità dei diritti vorrei richiamare la vostra attenzione. È necessario compiere uno sforzo maggiore di orientamento del territorio al riconoscimento della centralità della persona. Penso che potremo essere aiutati in questo dagli impegni che scaturiranno dall'importante Piano di Azione Regionale sulla disabilità, è recentissimo, di metà
dicembre. Penso che ci chiederà di tradurre operativamente, nelle nostre prassi interne, come in quelle di confronto con gli altri enti, l'attenzione a porre al centro la persona in quanto soggetto di diritto, prima che come assistito, o come ricorrente o come portatore di bisogno. Il richiamo alla funzione del case manager, sostenuto nella normativa regionale, si affianca ad altri strumenti operativi, come per esempio l'amministratore di sostegno nel generare una rete pro-attiva di protezione, non una rete passiva, che attende gli eventi, i problemi o addirittura gli aggravamenti, prima di prendersi carico di qualcuno.
L'importante Progetto ORMA sull'autismo che abbiamo brillantemente concluso, come territorio, forse ci ha insegnato a lavorare un po' in questa direzione.

Se questo ci aspetta possiamo attrezzarci già da oggi un po' di più, per esempio chiarendoci l'importanza di tutti gli attori di questa rete, pur con le diverse titolarità. Sapere chi fa che cosa e come, mi sembra una necessità non banale e prodromica all'attesa integrazione di rete.

Dobbiamo quindi riconoscere e lasciare agire responsabilmente il terzo settore, che per esempio ha invitato stamane le nostre istituzioni attorno al tavolo, una spinta autentica ed importante che può generare "persone vere al fianco di persone vere", ma che ha bisogno, a Cremona, se non vedo male, del sostegno degli enti e degli operatori professionisti per non disperdere le proprie forze.

I Comuni, gli enti locali, ovviamente nella loro espressione di servizio sociale, ma forse ancor prima nella loro espressione di comunità, possono e devono fare un ulteriore passo avanti assumendo appieno il compito di favorire la protezione giuridica in un momento il più possibile prossimo all'emergere del bisogno, giacché è noto a tutti che costruire con la persona che deve essere tutelata il proprio percorso di tutela è l'ideale a cui tendere, ma che questa possibilità è direttamente proporzionata alle capacità residue delle persona stessa, più forti al sorgere del problema che non nella sua evoluzione/involuzione.

Mi sia permesso di dire con chiarezza che anche l'Amministrazione della giustizia e per il nostro territorio, quindi entrambi i Tribunali di Cremona e di Crema, può essere maggiormente percepita come snodo ed approdo del lavoro di rete. Snodo, punto di svolta ed approdo punto di confluenza e di ripartenza del lavoro di rete. Anche il Giudice tutelare è nella rete, possiamo sostenere questa visione e forse, noi attori territoriali dobbiamo diminuire l'impressione che sia intempestiva, inefficiente o comunque sempre "altra"
(non certo nel senso della dovuta imparzialità) rispetto al processo di cura. Penso però di potermi alleare con i Giudici tutelari nel richiedere maggiori risorse operative per la giurisdizione volontaria ed in particolare per le cancellerie, perché possano svolgere oltre all'imponente mole di lavoro procedurale, anche una funzione di diffusione di conoscenza del fenomeno e del bisogno.

Non posso infine sottrarmi, ci mancherebbe, a dichiarare i passi avanti che deve compiere l'Ufficio di Protezione Giuridica di cui sono responsabile , ne vedo quattro come più urgenti, quattro temi su cui cercheremo di stimolare la rete quest'anno (anche a recupero di qualche azioni incompiuta dell'anno scorso):
1. Un riferimento operativo del mio Ufficio anche nei territori di Crema e Casalmaggiore, magari all'interno del modello di Consultorio Familiare Integrato dell'ASL di Cremona.
2. Punto di riferimento per chi è già amministratore di sostegno, in un ottica di formazione ed accompagnamento continuo ... dobbiamo ancora recuperare l'elenco delle persone che sono ads per offrire / condividere con loro un percorso, contiamo di farlo al più presto ...
3. Riflettere ancora sul contratto di ingresso, ho sentito prima il saluto del dott. Gipponi dell'Azienda Cremona Solidale, e tutti abbiamo colto l'importanza del contributo delle strutture di cura e di assistenza al tema del consenso alla cura (tra parentesi alla prossima tavola rotonda mi auguro di sentire la voce anche delle aziende ospedaliere, con le quali avevamo avviato un primo percorso ...), l'auspicio è di poter giungere a procedure condivise con i servizi inviati e con le strutture ospitanti, anche il progetto che abbiamo condiviso ed avviato di gestione territoriale dell'attesa di RSA (RSA-web) ci sospinge in questa direzione.
4. Infine dobbiamo chiarire meglio il processo di ricorso nelle situazioni di maggiore compromissione del livello cognitivo. Forse posso porla come domanda al prof. Cendon: è possibile secondo lei costruire un insieme di indicatori condivisi che consentano di suggerire un discrimine tra amministrazione di sostegno ed interdizione nei casi di grave compromissione del livello cognitivo?

Concludo davvero. C'è nella nostra professionalità la necessità di un continuo controllo, di una continua correzione del proprio sentire, confrontandolo col sentire dell'altro. Fino a che punto potrà spingersi il rispetto dell'autonomia della persona, l'andare incontro alle sue scelte? Quali saranno i limiti del nostro prenderci cura?

Quindi un augurio: che Cura forgi noi stessi, la nostra persona, prima ancora che la nostra professionalità o la nostra azione ...

Giovanni Maria Gillini - responsabile Ufficio Protezione Giuridica ASL Cremona

 

 
 

 

Iscrizione Newsletter